martedì 30 giugno 2020

Il valore della vita

Solo essendo consapevole del valore della mia vita posso riuscire a usare ogni risorsa per andare avanti; senza partire da sé non c’è terreno su cui costruire. Viceversa, in genere si crea un rapporto di conflittualità con i nostri problemi. Li vogliamo eliminare senza avere il coraggio di guardarli in faccia e chiederci perché questo accade nella nostra vita. La difficoltà è invece proprio la spinta che ci induce, con coraggio e generosità, a provare e riprovare, sbattendo la testa fino a trovare la chiave giusta. Cercando di non cedere alle facili e comuni scappatoie che evitano di affrontare la difficoltà, quali dare la colpa agli altri perché la situazione mi mette in difficoltà, o scoraggiarsi a metà strada pensando di non farcela, e tanti altri. Dobbiamo metterci di fronte al nostro karma con un atteggiamento costruttivo e positivo, vedendo il bicchiere mezzo pieno, insomma, e non mezzo vuoto. Il karma è qui per stimolarci a creare alternative: non è un macigno che ci opprime, un’agghiacciante sequenza di colpe, ma uno stimolo a misurarci con il materiale più interessante e malleabile che ci sia: la nostra vita.,

giovedì 25 giugno 2020

BASTA POCO...

Basta poco per cadere. Basta poco per mollare tutto. Basta poco per sentire di non farcela. Per sentirsi soffocare. Basta poco per pensare che devi ricominciare da capo, che devi ricominciare a chiedere aiuto. Basta Per pensare che hai fallito di nuovo, per pensare che non ce la puoi fare. Basta poco per non vedere più la luce in fondo al tunnel. Basta pocoper  ricadere,  Ri dover cominciare da capo. Di dover ricominciare da quello che si è appena chiuso. Basta poco per ferire il cuore, per ferir sì, per ferire quello che si porta dentro. Basta poco per non essere più noi stessi, per non sentirsi più bene. Per sentirsi derubati, Therubati da tutto quello che ci appartiene. Basta poco per sentirsi falliti, per sentirsi spaesati. Basta poco per sentire che l’aria è finita, che manca. Basta poco per sentire che sullo stomaco c’è una pressa, una pressa che ti distrugge. Basta poco perché le parole a volte distruggono ma altrettante volte guariscono. Basta veramente poco per cambiare la nostra vita anche quando non si trova il coraggio di farlo. Anche quando non si riesce a farlo. Anche quando pensiamo di aver fallito, di aver perso ogni possibilità. Basta veramente poco per complicarsi o facilitarti la vita basta veramente poco per farsi male al cuore. Basta veramente poco per trovare la forza il coraggio di uscire o per perderla totalmente. Basta poco per guardarsi negli occhi, per guardarsi profondamente. Ma allo stesso tempo basta poco per non riuscire più a parlarti, a capirti, ascoltarti basta veramente poco per cambiare la vita nostra e di chi ci sta accanto Per questo anche quando non hai il coraggio non spaventarti, non criticarti, non sminuirti. Ascoltati, amati, coccolati con quello che sei, con quello che hai. Coccolati con le persone che ti fanno stare bene, che ti amano con tutto ciò che si portano dentro, con tutto l'amore che possiedono. . Amati in qualsiasi modo. Amati con tutta te stessa. In fondo, ad ogni ricaduta, ad ogni cedimento, c’è sempre la possibilità di rialzarsi. Di ricominciare da quello stesso punto in cui si è rimasti. Ti prego, trova il coraggio, trova tutto il coraggio che trovi nelle tue vene, nel tuo sangue, nelle tue oss, nei tuoi muscoli per cambiare le cose, per non stare più così tanto male. Provaci, provaci con tutto l’amore che porti dentro.

TIRARE FUORI IL CUORE

La verità è che a volte per entrare nelle vite delle persone ci vuole delicatezza, ci vuole amore. La verità è che ci vuole attenzione. Bisogna entrare in punta di piedi, aspettare. Aspettare che le persone ti diano il permesso. Aspettare che le persone si fidino di te. Ci vuole coraggio per fidarsi, per aprirsi, per essere se stessi. Ci vuole coraggio per accogliere l’altro. Ci vuole coraggio per guardarlo per com'è.  Ci vuole coraggio per entrare nella sua vita, accetandosi, senza giudizio. Ci vuole coraggio per guardarlo con occhi diversi. Ci vuole coraggio per andare oltre i suoi limiti, oltre le sue stesse difficoltà. Ci vuole coraggio per sorridere ha un cuore che continua a muoversi dentro a quel mare: il mare della vita. Ci vuole coraggio per non ferire, per non fare male, per guardarsi dentro. Guardarsi in fondo. Guardarsi per quello che sia. Perciò, vi prego, siate voi stessi. Tirate fuori il vostro cuore, guardatelo, guardate quanto è bello. Vivetelo col cuore. Non nascondetelo. Nasconderlo fa male, fa tanto male perché prima o poi lui ti chiederà di  tirarsi fuori, ti chiederà di prenderlo in mano di guidarlo verso la strada della vita. Perché vivere in fondo significa amore. Amare se stessi e chi ci sta accanto.

Mi manco

MI MANCO
Mi manco.
Quando mi perdo dietro inutili parole.
Quando mi infilo nella testa degli altri
per cercare di coglierne le ragioni.
Quando voglio compiacere per paura di un rifiuto.
Quando pronuncio un sì a denti stretti
mentre con tutto il fiato vorrei urlare no.
Mi manco quando spreco il mio tempo.
Quando mi perdo dietro i sogni degli altri
e trascuro i miei.
Quando covo rancore.
Mi manco quando giro intorno alle situazioni
e non affronto il problema.
Mi manco quando non ascolto il mio respiro
quando metto a tacere il mio intuito
quando non sorrido
quando non mi accetto
quando lascio che altri decidano per me.
Mi manco quando mi dimentico chi sono
e cosa voglio per me stessa
quando divento schiava di abitudini e compromessi.

Mi manco.
Allora torno a prendermi per mano.
E ricomincio a vivere.

(Margherita Roncone)

Immagine: Dipinto di Ren Miessen

martedì 23 giugno 2020

Avere coraggio


È difficile avere coraggio. Quindi è una fortuna non fermarsi, continuare a camminare... Finché non ci si ferma, non si ha il tempo di avere paura. In ogni caso, la paura non si può mettere da parte. Ricordiamoci comunque che chi ha avuto coraggio, ha avuto anche paura. A volte non si ha paura solo perché non ci si ferma. È facile quindi essere preda della paura, per questo è importante continuare ad andare avanti senza fermarsi. Anche nella perdita c'è paura, paura di perdere una determinata cosa, un affetto o una certa condizione. Persino nel percorso per raggiungere la propria felicità si ha paura di perdere quello che si ha ora, e questa è una forma di attaccamento. Ma, come si dice: «Cosa che ottieni, cosa che perdi», non possiamo mai sapere cosa succederà nel futuro, e nella nostra vita abbiamo esperienza solo di quello che abbiamo vissuto finora. Quando si ha paura di perdere si pensa che quello che accadrà domani potrà essere peggiore di quello che è accaduto fino ad oggi. Questa è insicurezza, perché si pensa di non saper mantenere quello che si ha. Poiché l'unica cosa che si conosce è il passato, è solo in base all'esperienza già fatta che si può affrontare l'oggi: perciò, per poter affrontare l'incertezza del domani, si deve essere convinti della propria esperienza. E per questo, più sicurezza si acquisisce, più facilmente si affrontano le difficoltà.

“Quel di più che vede un cieco“

Quel di piu' che vede un cieco
«Per un cieco, attraversare la strada non è facile se il semaforo non
emette segnali sonori, per un sordo rispondere alla chiamata in un
ambulatorio medico diventa un'impresa, per un anziano salire su un mezzo
di trasporto non è semplice, e nemmeno per un giovane studente
dislessico è agevole studiare sui libri di testo. Sono tante le
barriere, non solo fisiche, che si potrebbero eliminare. Le più
resistenti, subdole, sono quelle culturali: se ne sente spesso parlare
ma ci si convince che siano sempre in carico ad altri, meno illuminanti
e disponibili di noi». Sono parole tratte dall'ultimo libro di Mauro
Marcantoni nel quale affronta, con un taglio originale, il tema della
disabilità (in particolare di quella sua, autobiografica, della cecità)
vista con una prospettiva nuova. Il volume, uscito in questi giorni per
i tipi dell' editrice Erickson di Trento, s'intitola «Vivere al buio»
(14 euro) e lungi dall'essere una biografia costruita sulle diffico ltà
esistenziali di un cieco, si offre come riflessione sul rapporto tra
«normalità» e «disabilità» e l'ipocrisia che spesso sottende queste due
dimensioni del vivere umano: «Nessuna condizione di normalità - scrive
l'autore - può essere adottata come riferimento universale perché non è
l'unica e ancor meno immutabile nel tempo».
Marcantoni è sociologo e giornalista, promotore culturale, autore di una
variegata produzione pubblicistica e, soprattutto, «uomo delle
istituzioni» che lo ha visto collaborare con enti provinciali, a partire
dalla Trento School of Management, di cui è direttore generale dal 2007.
Biografia d'eccellenza la sua, vissuta «al buio», senza l'aiuto «del più
prezioso dei cinque sensi», la vista, e proprio per questo emblematica
di un'emancipazione possibile.

Il volume è dedicato ai ciechi, ovvero a quel «popolo silenzioso, poco
appariscente, fortemente impegnato nel superare i propri limiti
attraverso un tenace esercizio degli altri sensi, l'udito e il tatto in
particolare, ma soprattutto attraverso la capacità di rimodellare il
proprio modo di essere e di pensare». Ma il lavoro è soprattutto pensato
per quelle persone vedenti interessate a migliorare la loro concezione
della normalità.
«La proposta di Marcantoni - scrive il presidente nazionale Unione
italiana ciechi Tommaso Daniele, nella nota introduttiva - è una sorta
di "cassetta degli attrezzi" utile per individuare, analizzare e
tradurre in un linguaggio comprensibile quello che i vedenti devono
capire dei ciechi, se vogliono relazionarsi creativamente e
costruttivamente con loro. Ma anche quello che i ciechi devono capire
dei vedenti per costruire una relazione reciprocamente soddisfacente e
soprattutto capace di dare un proprio fattivo e originale contributo al
senso della vita, e non solo di quella personale». L'obiettivo
dell'autore è chiaro e complesso: superare qualche pregiudizio e
proporre al lettore «un abbiccì», un sussidio di base per relazionarsi
alla pari con un cieco. Per costruire con lui una «relazione vera»,
senza «le ansie e le paure che a volte possono assalire chi si rapporta
alla disabilità e senza creare disagi o danni a chi non vede»;
soprattutto, che non porti a confinare q uella disabilità in «una
"particolarità" tale da rendere inutile e fittizio quel rapporto umano
che per sua natura deve essere reciproco». Scrive l'autore rivolgendosi
direttamente al lettore: «Non voglio descrivere gli stati d'animo, i
pensieri o le paure di un cieco. Voglio, invece, raccontare a te che ci
vedi cosa puoi fare, come puoi risparmiarti l'imbarazzo di non sapere
come comportarti quando mi incontri o incontri uno che come me non vede.
Voglio spiegarti come fare a non metterti in difficoltà ed essere invece
all'altezza della situazione, provare a darti indicazioni per costruire
una vera relazione tra esseri umani che si scambiano, alla pari,
informazioni, emozioni, esperienze. Voglio tentare di rendere esplicite
le buone regole di un rapporto che non può, per non nascere zoppo,
basarsi sull'idea che uno di noi può solo ricevere». Il libro, allora,
si configura come una «specie di galateo» perché per «incontrare,
parlare, lavorare, educare, vivere con un cieco , e per farlo con buona
soddisfazione reciproca, è necessario sapere cosa significa non vedere,
ma soprattutto è bene comprendere come comportarsi concretamente». Ma
l'occasione è foriera all'autore per strutturare una riflessione più
ampia sul tempo che stiamo attraversando, caratterizzato da uno
strapotere dell'immagine, dentro il quale «i ciechi sono costretti ad
imparare a vivere con quello che gli rimane, senza la vista, il senso
che disegna e riproduce il mondo al servizio dell'uomo». Lo stesso,
spiega l'autore, che oggi è il più bersagliato dalla
spettacolarizzazione della nostra società, come se un senso sensibile
come la vista avesse bisogno solo di emozioni forti, di immagini che
enfatizzano la realtà al punto da renderla virtuale, artificiale e,
sempre più spesso, incomprensibile. La cecità, allora, come occasione di
riflessione: «La dittatura dell'immagine - annota ancora l'autore - si
può combattere anche grazie ai suggerimenti forniti da chi vive nella su
a assenza. I ciechi, dunque, come testimoni della possibilità - e
dell'opportunità - di ripensare il mondo in cui viviamo».
Nelle 120 pagine del libro, Marcantoni va oltre, proponendo quattro
messaggi validi, se letti in filigrana, sia per i ciechi sia per i
vedenti. Il primo è quello di «ripartire dal linguaggio» con lo scopo di
imparare a considerare un cieco semplicemente come tale, senza
inappropriati sensi di pena, ma sforzandosi di considerarlo come una
persona che vive in modo originale quella grande ricchezza che sta
attorno alle immagini; il secondo è quello di «passare per l'ascolto»
con lo scopo di stabilire una relazione con l'Altro; il terzo è quello
di «riconoscere le proprie potenzialità», senza autocensure e senza
inibire le proprie caratteristiche e capacità ancor prima della prova
dei fatti; infine, Marcantoni propone di «accettare la varietà» per
«scoprire le frontiere inesplorate della nostra vita quotidiana».

Quattro messaggi sorprendenti che aiutano a cogliere ciò che - citando
il «Piccolo Principe» di Antoine de Saint-Exupéry - è invisibile agli
occhi». Un approccio alle cose, o per meglio dire un modo di essere,
«necessario per ripartire senza il giogo del limite, sensoriale, fisico
o sociale poco importa, sapendo che successi e insuccessi dipendono dai
meriti o demeriti del giocatore e non dagli svantaggi in un terreno
truccato. Sapendo che l'obiettivo non è costruire un sistema percettivo
e cognitivo incentrato sul limite, ma esattamente l'inverso».

di Alessandro Franceschini

l'Adigetto.it del 28-01-2014

giovedì 18 giugno 2020

Il trailer del film: Il colore dell'erba

Il trailer del film: Il colore dell'erba



IL COLORE DELL'ERBA, un documentario di Juliane Biasi Hendel prodotto da Indyca e Kuraj racconta la storia dello speciale rapporto tra due giovanissime amiche, Giorgia e Giona, mentre camminano verso l’indipendenza. Le due adolescenti non vedono, per loro raggiungere da sole una gelateria in riva al lago diventa la sfida della vita. Hai mai pensato di vedere un film al cinema chiudendo gli occhi? "Il Colore dell'Erba" ha l’ambizione di essere un'esperienza sensoriale: cala i vedenti nel mondo dei non vedenti, un luogo niente affatto buio e oscuro ma ricco di profumi, carezze, rumori a partire dal tenero ticchettio dei bastoni bianchi di Giorgia e Giona. Il film è stato ideato per essere percepito anche da un pubblico di non vedenti e si avvale della collaborazione del sound designer Mirco Mencacci, che creato dei veri e propri paesaggi sonori per il film. La colonna sonora è di Niki La Rosa.

martedì 16 giugno 2020

La forza

Ho trovato la forza,
non in una rosa,
nemmeno, in una poesia, straziante e dolorosa.
Ho trovato la forza,
appesa a una sottile corda:
la corda del coraggio,
capaci di farci incominciare qualsiasi viaggio,
permettendoci di affrontare
questo mondo miserabilmente spavaldo,
profondamente caldo,
della rabbia gentile,
presente in ogni animo sottile.
Ho trovato la forza,
in una sottile corda,
capace di mostrarsi sorda,
ad ogni schiafeggiante parola
detta da ogni anima,
profondamente dolorosa,
rimasta ormai, miseramente, sola.
Ho trovato la forza,
fra i forzati nodi,
profondamente strazianti,
in una corda prepotentemente gelosa,
del continuo lamentare umano
apparentemente, sempre più, afflitto e stanco.
Ho trovato il coraggio,
non in un fiore di maggio,
ma in un passaggio complicato,
superato, mentre ero la su in alto appeso,
pur di alleggerirmi del perfido peso
dei pensieri rumorosi,
dei pensieri lamentosi,
dei pensieri gelosi,
incapaci di lasciarmi andare,
oltre l’orrizonte,
oltre ogni possibile monte.
Ho trovato l’energia,
in un fatal colpo di magia,
fra una presa e l’altra,
mentre la mente mia, volava alta
alla ricerca della felicità perversa
che da troppo tempo, s’era persa.
Ho trovato la gioia,
nel superare, continuamente,
la dolorosa soglia,
capace di aumentare, l’affamata voglia,
di raggiungere l’irragiungibile catena,
capace di fornirci di energia piena.
Ho trovato la voglia di ricominciare,
fra quelle pareti colorate,
incapaci, di farsi sentire stanche
del conflittuale litigare,
dell’umano malvagio,
capace di emettere,
qualsiasi presagio.
Ho trovato il sorriso,
in quel viso, da troppo tempo sconfitto,
in un tiro complicato,
capace di liberarmi delicatamente,
da quelle lacrime pesanti
scolpite, da troppo tempo,
nei miei occhi stanchi.
ho trovato tutto,
per farmi abbandonare,
per attimi meravigliosamente infiniti,
dal rumoreggiare, della mia mente insidiosa,
capace di infilarsi,
in quell’anima mia, mostratasi, agli occhi altrui
splendidamente meravigliosa.

mercoledì 10 giugno 2020

La fragilità ci rende forti

È la fragilità che ci rende forti. È grazie a quei momenti di dura lotta, di infernale sofferenza, che si trova la forza per affrontare la vita, trovando il coraggio di non fermarsi alla prima battuta d'arresto, ma continuare senza sosta verso la ricerca di un nuovo equilibrio. Un equilibrio che deve essere continuamente ricercato, perchè come l'hai trovato, rischi di perderlo immediatamente; ma anche in questo caso non dobbiamo preocuparci, perchè infondo la vita ci insegna a ricercare nuovamente l'equilibrio che ci serve per stare bene.

lunedì 1 giugno 2020

So chi sono


So chi sono,
ma non so dove andrò;
so chi sono,
ma non so come proseguirò;
so chi sono,
ma non so chi, in futuro, essere potrò;
So chi sono
e per questo so
Che tutto, prima o poi, supererò;
So chi sono
e sono sicura di dove, andare, potrò;
So chi sono
e amare, la mia vita instancabilmente, potrò;
So chi sono
e volare, in altro, sicuramente riuscirò;
So chi sono
e lottare infinitamente,, mai smetterò;
So chi sono
E Per questo so, anche dove sfidare, si può;
so chi sono,
perché, dimenticare il male vissuto, non si può;
so chi sono,
perché conosco gli occhi miei
rispecchianti
nelle lacrime dei tuoi.

forte come la morte è l'amore: in memoria di uno zio speciale!

sempre durante il mio matrimonio ho scritto questa lettera, dove parlavo con mio zio. Anche questo testo è stato emozionante, vivo di ricord...