sabato 18 luglio 2020

Riflessioni libere


Ciò che sicuramente è chiaro è la voglia di vincere e di non lasciarsi sconfiggere dalla negatività che si accinge ad arrivare quando non si reagisce a ciò che ci accade.

Nonostante tutto quello che ho passato, mal di testa, insogne, mal di gamba e ansie continue, cose che in diverse forme, quando sono stanca e affaticata, si ripresentano, la malattia non mi puteva sconfiggere, non poteva bloccare i miei sogni e soprattutto impedirmi di vincere nonostante tutto. Infondo cosa c'è di meglio di essere consapevoli, ma non volersi rispettare? Nulla, c'è solo la possibilità di poter realizzare ogni proprio desiderio lottando strenuamente. Per me amare la vita e me stessa, significa farlo, ma a piccole dosi.
Perciò non ho paura della morte, quella è invetabile, perché tuti prima o poi la devono toccare con mano, ma ho paura che la malattia mi impedisca di fare ciò che mi sembra indispensabile per essere felice.
Non credi allora che essere felici e saper vivere sia soggetivo e che il significato di “star bene” è in definitiva unico e soggettivo?
Per quanto mi riguarda, sono riuscita a costruirmi la mia vita personale e professionale, ma quella clinica resta sempre il punto saliente verso cui non ho mai voluto cambiare. Ma forse va bene così, accettare che non tutto può andare come noi vogliamo o come gli altri si aspettano che noi siamo: noi siamo solo il frutto delle nostre esperienze e dei nostri vissuti, solo questo ci può dire chi siamo stati e chi saremmo. Può certo, tutto è migliorabile, ma è giusto e coretto che ci acettiamo per quello che abbiamo raggiunto e per le strade che abbiamo percorso per arrivarci. E’ necessario quindi che ci guardiamo con compassione e con tenerezza, comprendendo la belezza che è racchiusa nei nostri cuori e nelle nostre menti, aspetto che pochi conoscono, ma molti ignorano. Però solo noi siamo artefici del nostro destino, perché siamo gli unici a conoscerci e siamo capaci  di comprenderne il limite delle nostre possibilità. Un limite labile, perché in realtà non c'è limite alla nostra vita. Se esiste la voglia e l'interesse di lottare, nessuno, nenchè meno la nostra mente, può impedici di riuscirci. Ma sai cosa significa lottare con un corpo che non ti semba appartenere, soprattutto, con delle orecchie che ti sembrano diverse da quelle altrui? Significa doversi adattare continuamente a un dispositivo che nemmeno tu sai perfettamente il suo funzionamento, cercando di comprendere quello che egli ti offre quotidianamente, ma con la consapevolezza che può modificarsi e disintegrarsi continuamente. Ma sai anche cosa vuol dire adattarsi all'ambiente che ti stta attorno cercando di analizzarlo, comprenderlo e appropriandosi della sua fiducia? Significa dover chiedere continuamente conferme, ma soprattutto dover trovare il coraggio e la forza di superare ogni paura che si ci presenta alla mente. Chi non ha a che fare con la sordociecità qualsiasi forma essa si presenta, non può capire cosa significa “accettare” di avere anche altre patologie, sintomi, complicanze, perché questa è una patologia complessa e articolata, più di essere solo sordi o solo ciechi. Significa avere difficoltà a entrare in contatto con gli altri e con le risorse umane che si possiedono. Essere sordociechi significa adattarsi ad una quotidianità che ti impedisce di formarti una cerchia ampia di relazioni, ma nonostante questo si cerca di lottare per tentare di portarsi a casa determinate vittorie. Essere sordociechi, significa anche, non sentire in certe situazioni, ma sentirci in altre, non capire certi concetti, ma comprenderne altrettanti. Significa insomma sapere che l'ambiente ti da degli stimoli che in certi casi comprendi e in altrettanti non riesci a acquisirli e farteli tuoi.  Essere sordociechi significa far fatica a rimanere in ambienti troppo affolati o aperti per tano tempo perché il consumo di energie e di acuteza mentale è limitata. Ciò non significa che stare con gli altri non siia possibile, ma significa essere consapevoli che, se si verifica un certa chiusura è normale, perché significa che in quel momento c'è bisogno di riservare le energie per fare una determinata attività. quindi se si verifica una chiusura non è perché non si accetta l'ambiente esterno, ma semplicemente per difendersi “dai ladri di energie” capaci di buttarti totalmente a terra anche con il morale.


Tutto si può spiegare, approfondire, capire, ma niente si può comprendere.
Tutto si po' sentire, percepire, ma diverso è comprendere ciò che si sta sentendo. Questo è essere sordociechi con impianto coocleare bilaterale.
Perché ci sono persone che non affrontano i problemi o, comunque, continuano a illuderti con i loro silenzi? Perché non si accingono a spiegarsi, parlare essere chiari fin da principio? Perché non dicono le cose come stanno? Perché siamo così complicati a questo mondo?
Per essere davero autonomi bisogna poter fare delle scelte,  che possono essere anche sbagliate, ma solo se sbaglio io, posso capire quale può essere la strada migliore della mia vita, se invece sono gli altri a dovermi dire cosa è giusto e cosa è sbagliato non riuscirei a modificare nulla della mia vita. Quindi la vita è mia ed è giusto che io sia l'unica responsabile delle mie azioni e che non ci siano altre persone che debbano dirmi cosa può essere o non essere giusto. Gli altri possono aiutarmi, supportarmi in questo percorso, ma non possono mai sostituirsi alle mie decisioni.

martedì 7 luglio 2020

Silenzio e amore

Preferisco momenti di silenzio e solitudine al posto di troppo amore per me poco comprensibile.

Avolte l'amore va dato a piccole dosi, perchè si rischia di far sentire la persona sofocata.

Quasiasi sia quell'amore: fraterno, genitoriale, sentimentale, ricordatevi di donarlo con cura e parsimonia, perchè avolte potrebbe sembrare un interesse insensato nei confronti di chi lo donate.

sabato 4 luglio 2020

Un bisogno morboso di sentirsi capiti

Dentro ti senti morire. Morire di qualcosa che hai progettato e realizzato con le tue stesse mani. E, più il dolore dentro di te aumenta, più i pensieri cupi, tristi, pericolosamente nocivi affiorano alla tua mente: improvvisamente ti sembra di soffocare, di non respirare, ma soprattutto, hai l’impressione di non meritarti più niente, nulla, nemmeno la tua stessa vita, nemmeno tutto l’amore che hai ricevuto e ricevi dalle persone che ti stanno accanto. NO, non c’è pi] nulla che ti sembra poterti tenere in piedi, almeno questo è quello che pensi in mometi come questi: momenti in cui molleresti tutto, smetteresti di lottare, smetteresti pure di vivere, pur di affievolire il fuoco che si ci port dentro: il fuoco della morte. Un fuoco che ti prende tutto: cuor, testa, stomaco gettandoti sempre più negli bbissi della malattia. E mentre tutto questo dolore ti schiaccia, ti spompa, perdi pure le forze di combattere, lottare per poterla cambiare. A forza di combattere, ti senti strenuato, primo di forze e di parole: non sai più cosa dire, cosa pensare, perché la malattia ha già deciso per te: ha deciso che tu devi continuare a farti male. Un male che ti prende tutto ciò che c’~ nel cuore, persino quelle lacrime: quelle con cui, col passare del tempo, impari a parlare, communicare, in qualche modo, manifestare il propro dolore. Il problema, è che più provi a commnicare attraverso ve traverse, nessuno, anche colui che ti conosce al meglio non riesce a compredert: a comprendere quanto sia grande il peso che ti porti dentro. Un peso che non senti sono nell’animo, ma anche nel corpo. Quel copo stlacciato, deturpato, rovinosamente distrutto, ci ha provato a farsi capire, a farsi sentire, ma in queto odo nessuno l’ha potuto ascoltare, vivere, percepire. E, più provi a combattere perché gli altri riescano a percepire, anche in minima parte, ciò che si sta vivendo, non ci riesci e, meno ci riesci, più ti sembra tutto iraggiungibile, impossibile. In altre parole ti sembra di star combattendo una battaglia persa già in partenza, dove comunque i caduti sono tanti, troppi. E più ne perdi, più hai l’impressione che tu non puoi farci nulla, se non continuare a combattere come stai già facendo, consapevole che alla fine sarà lei, la malattia, a rubarsi tutto di te, i tu: sogni, le tue speranze, i tuoi affetti. Insomma, tutto ciò che ci appartiene. E mentre la morsa della MORTE ti divora, ti distrugge silenziosamente, tu cerchi di andare avanti, di tirare fuori tutta la forza che possiedi per vivere almeglio i giorni che ti restano. E, mentre ci provi, mentre cerchi di rialzarti, di rimetterti in sesto, ti rendi conto che l’unico modo per provare a capirsi, ad ascoltarsi, è PARLARSI: non necessariamente con le parole, quelle a volte distruggono, allontanano, impediscono di poter dilogare col cuore. Quel cuore che ha bisogno di un’infinità d’amore, di conferme. Così tante che non potrebbe bastare una vita per poterle ricevere. Ed è propro qui che si ci rende all’evvdenza: si ci rende conto che ciascuno di noi, fa il proprio meglio per stare bene e, di conseguenza, rendere un po’ più felice, chi ci sta vicino ogni gioqno. Mentre queste parole escono come un fiume in piena dal mio cuore, mi rendo conto di quanto sia vera la massima che dice che le parole possono essere finestre, ponti, allo stesso tempo, possono divenire anche muori, gabbie da cui è molto difficile liberarsi. In altri termini il linguaggio può essere considerato nostro salvatore, capace di costruire reti forti, importanti capaci di farci, in qualche modo, stare bene con noi stessi e con gli altri. Allo stesso modo, si ci può trovare in circostanze in cui entrare in relazione diventa alquanto complicato: ti trovi improvvisamente a non poterle più utilizzare quelle parole, perché da risorsa, possono divenire un limite. In altre parole, possono impedici di avicinarci, almeno col cuore.

mercoledì 1 luglio 2020

Stare bene



Riconoscere ancora una volta che la differenza per stare bene dippende da quanto valore diamo alla nostra vita. Se quindi riusciamo ad amare noi stessi, accettandoci e rispentandoci (compresa la nostra salute) potremmo ricevere dall'ambiente amore e accettazione.
SE diamo valore alla nostra vita, dunque, riceviamo altrettanta valorizzazione daqi altri; se invece la demigriamo essa stessa ci svaluterà!
Affrontare tutto ciò solo con se stessi è più facile perchè conosci i tuoi scheletri; affrontare te stesso con gli altri è più difficile, perchè hai a che fare con le tue paure e con quelle del tuo interlocutore.
A volte però bisogna trovare il coraggio di affrontarsi e affrontare l'ambiente pur di trasformare le proprie paure!

martedì 30 giugno 2020

Il valore della vita

Solo essendo consapevole del valore della mia vita posso riuscire a usare ogni risorsa per andare avanti; senza partire da sé non c’è terreno su cui costruire. Viceversa, in genere si crea un rapporto di conflittualità con i nostri problemi. Li vogliamo eliminare senza avere il coraggio di guardarli in faccia e chiederci perché questo accade nella nostra vita. La difficoltà è invece proprio la spinta che ci induce, con coraggio e generosità, a provare e riprovare, sbattendo la testa fino a trovare la chiave giusta. Cercando di non cedere alle facili e comuni scappatoie che evitano di affrontare la difficoltà, quali dare la colpa agli altri perché la situazione mi mette in difficoltà, o scoraggiarsi a metà strada pensando di non farcela, e tanti altri. Dobbiamo metterci di fronte al nostro karma con un atteggiamento costruttivo e positivo, vedendo il bicchiere mezzo pieno, insomma, e non mezzo vuoto. Il karma è qui per stimolarci a creare alternative: non è un macigno che ci opprime, un’agghiacciante sequenza di colpe, ma uno stimolo a misurarci con il materiale più interessante e malleabile che ci sia: la nostra vita.,

giovedì 25 giugno 2020

BASTA POCO...

Basta poco per cadere. Basta poco per mollare tutto. Basta poco per sentire di non farcela. Per sentirsi soffocare. Basta poco per pensare che devi ricominciare da capo, che devi ricominciare a chiedere aiuto. Basta Per pensare che hai fallito di nuovo, per pensare che non ce la puoi fare. Basta poco per non vedere più la luce in fondo al tunnel. Basta pocoper  ricadere,  Ri dover cominciare da capo. Di dover ricominciare da quello che si è appena chiuso. Basta poco per ferire il cuore, per ferir sì, per ferire quello che si porta dentro. Basta poco per non essere più noi stessi, per non sentirsi più bene. Per sentirsi derubati, Therubati da tutto quello che ci appartiene. Basta poco per sentirsi falliti, per sentirsi spaesati. Basta poco per sentire che l’aria è finita, che manca. Basta poco per sentire che sullo stomaco c’è una pressa, una pressa che ti distrugge. Basta poco perché le parole a volte distruggono ma altrettante volte guariscono. Basta veramente poco per cambiare la nostra vita anche quando non si trova il coraggio di farlo. Anche quando non si riesce a farlo. Anche quando pensiamo di aver fallito, di aver perso ogni possibilità. Basta veramente poco per complicarsi o facilitarti la vita basta veramente poco per farsi male al cuore. Basta veramente poco per trovare la forza il coraggio di uscire o per perderla totalmente. Basta poco per guardarsi negli occhi, per guardarsi profondamente. Ma allo stesso tempo basta poco per non riuscire più a parlarti, a capirti, ascoltarti basta veramente poco per cambiare la vita nostra e di chi ci sta accanto Per questo anche quando non hai il coraggio non spaventarti, non criticarti, non sminuirti. Ascoltati, amati, coccolati con quello che sei, con quello che hai. Coccolati con le persone che ti fanno stare bene, che ti amano con tutto ciò che si portano dentro, con tutto l'amore che possiedono. . Amati in qualsiasi modo. Amati con tutta te stessa. In fondo, ad ogni ricaduta, ad ogni cedimento, c’è sempre la possibilità di rialzarsi. Di ricominciare da quello stesso punto in cui si è rimasti. Ti prego, trova il coraggio, trova tutto il coraggio che trovi nelle tue vene, nel tuo sangue, nelle tue oss, nei tuoi muscoli per cambiare le cose, per non stare più così tanto male. Provaci, provaci con tutto l’amore che porti dentro.

TIRARE FUORI IL CUORE

La verità è che a volte per entrare nelle vite delle persone ci vuole delicatezza, ci vuole amore. La verità è che ci vuole attenzione. Bisogna entrare in punta di piedi, aspettare. Aspettare che le persone ti diano il permesso. Aspettare che le persone si fidino di te. Ci vuole coraggio per fidarsi, per aprirsi, per essere se stessi. Ci vuole coraggio per accogliere l’altro. Ci vuole coraggio per guardarlo per com'è.  Ci vuole coraggio per entrare nella sua vita, accetandosi, senza giudizio. Ci vuole coraggio per guardarlo con occhi diversi. Ci vuole coraggio per andare oltre i suoi limiti, oltre le sue stesse difficoltà. Ci vuole coraggio per sorridere ha un cuore che continua a muoversi dentro a quel mare: il mare della vita. Ci vuole coraggio per non ferire, per non fare male, per guardarsi dentro. Guardarsi in fondo. Guardarsi per quello che sia. Perciò, vi prego, siate voi stessi. Tirate fuori il vostro cuore, guardatelo, guardate quanto è bello. Vivetelo col cuore. Non nascondetelo. Nasconderlo fa male, fa tanto male perché prima o poi lui ti chiederà di  tirarsi fuori, ti chiederà di prenderlo in mano di guidarlo verso la strada della vita. Perché vivere in fondo significa amore. Amare se stessi e chi ci sta accanto.

Mi manco

MI MANCO
Mi manco.
Quando mi perdo dietro inutili parole.
Quando mi infilo nella testa degli altri
per cercare di coglierne le ragioni.
Quando voglio compiacere per paura di un rifiuto.
Quando pronuncio un sì a denti stretti
mentre con tutto il fiato vorrei urlare no.
Mi manco quando spreco il mio tempo.
Quando mi perdo dietro i sogni degli altri
e trascuro i miei.
Quando covo rancore.
Mi manco quando giro intorno alle situazioni
e non affronto il problema.
Mi manco quando non ascolto il mio respiro
quando metto a tacere il mio intuito
quando non sorrido
quando non mi accetto
quando lascio che altri decidano per me.
Mi manco quando mi dimentico chi sono
e cosa voglio per me stessa
quando divento schiava di abitudini e compromessi.

Mi manco.
Allora torno a prendermi per mano.
E ricomincio a vivere.

(Margherita Roncone)

Immagine: Dipinto di Ren Miessen

martedì 23 giugno 2020

Avere coraggio


È difficile avere coraggio. Quindi è una fortuna non fermarsi, continuare a camminare... Finché non ci si ferma, non si ha il tempo di avere paura. In ogni caso, la paura non si può mettere da parte. Ricordiamoci comunque che chi ha avuto coraggio, ha avuto anche paura. A volte non si ha paura solo perché non ci si ferma. È facile quindi essere preda della paura, per questo è importante continuare ad andare avanti senza fermarsi. Anche nella perdita c'è paura, paura di perdere una determinata cosa, un affetto o una certa condizione. Persino nel percorso per raggiungere la propria felicità si ha paura di perdere quello che si ha ora, e questa è una forma di attaccamento. Ma, come si dice: «Cosa che ottieni, cosa che perdi», non possiamo mai sapere cosa succederà nel futuro, e nella nostra vita abbiamo esperienza solo di quello che abbiamo vissuto finora. Quando si ha paura di perdere si pensa che quello che accadrà domani potrà essere peggiore di quello che è accaduto fino ad oggi. Questa è insicurezza, perché si pensa di non saper mantenere quello che si ha. Poiché l'unica cosa che si conosce è il passato, è solo in base all'esperienza già fatta che si può affrontare l'oggi: perciò, per poter affrontare l'incertezza del domani, si deve essere convinti della propria esperienza. E per questo, più sicurezza si acquisisce, più facilmente si affrontano le difficoltà.

“Quel di più che vede un cieco“

Quel di piu' che vede un cieco
«Per un cieco, attraversare la strada non è facile se il semaforo non
emette segnali sonori, per un sordo rispondere alla chiamata in un
ambulatorio medico diventa un'impresa, per un anziano salire su un mezzo
di trasporto non è semplice, e nemmeno per un giovane studente
dislessico è agevole studiare sui libri di testo. Sono tante le
barriere, non solo fisiche, che si potrebbero eliminare. Le più
resistenti, subdole, sono quelle culturali: se ne sente spesso parlare
ma ci si convince che siano sempre in carico ad altri, meno illuminanti
e disponibili di noi». Sono parole tratte dall'ultimo libro di Mauro
Marcantoni nel quale affronta, con un taglio originale, il tema della
disabilità (in particolare di quella sua, autobiografica, della cecità)
vista con una prospettiva nuova. Il volume, uscito in questi giorni per
i tipi dell' editrice Erickson di Trento, s'intitola «Vivere al buio»
(14 euro) e lungi dall'essere una biografia costruita sulle diffico ltà
esistenziali di un cieco, si offre come riflessione sul rapporto tra
«normalità» e «disabilità» e l'ipocrisia che spesso sottende queste due
dimensioni del vivere umano: «Nessuna condizione di normalità - scrive
l'autore - può essere adottata come riferimento universale perché non è
l'unica e ancor meno immutabile nel tempo».
Marcantoni è sociologo e giornalista, promotore culturale, autore di una
variegata produzione pubblicistica e, soprattutto, «uomo delle
istituzioni» che lo ha visto collaborare con enti provinciali, a partire
dalla Trento School of Management, di cui è direttore generale dal 2007.
Biografia d'eccellenza la sua, vissuta «al buio», senza l'aiuto «del più
prezioso dei cinque sensi», la vista, e proprio per questo emblematica
di un'emancipazione possibile.

Il volume è dedicato ai ciechi, ovvero a quel «popolo silenzioso, poco
appariscente, fortemente impegnato nel superare i propri limiti
attraverso un tenace esercizio degli altri sensi, l'udito e il tatto in
particolare, ma soprattutto attraverso la capacità di rimodellare il
proprio modo di essere e di pensare». Ma il lavoro è soprattutto pensato
per quelle persone vedenti interessate a migliorare la loro concezione
della normalità.
«La proposta di Marcantoni - scrive il presidente nazionale Unione
italiana ciechi Tommaso Daniele, nella nota introduttiva - è una sorta
di "cassetta degli attrezzi" utile per individuare, analizzare e
tradurre in un linguaggio comprensibile quello che i vedenti devono
capire dei ciechi, se vogliono relazionarsi creativamente e
costruttivamente con loro. Ma anche quello che i ciechi devono capire
dei vedenti per costruire una relazione reciprocamente soddisfacente e
soprattutto capace di dare un proprio fattivo e originale contributo al
senso della vita, e non solo di quella personale». L'obiettivo
dell'autore è chiaro e complesso: superare qualche pregiudizio e
proporre al lettore «un abbiccì», un sussidio di base per relazionarsi
alla pari con un cieco. Per costruire con lui una «relazione vera»,
senza «le ansie e le paure che a volte possono assalire chi si rapporta
alla disabilità e senza creare disagi o danni a chi non vede»;
soprattutto, che non porti a confinare q uella disabilità in «una
"particolarità" tale da rendere inutile e fittizio quel rapporto umano
che per sua natura deve essere reciproco». Scrive l'autore rivolgendosi
direttamente al lettore: «Non voglio descrivere gli stati d'animo, i
pensieri o le paure di un cieco. Voglio, invece, raccontare a te che ci
vedi cosa puoi fare, come puoi risparmiarti l'imbarazzo di non sapere
come comportarti quando mi incontri o incontri uno che come me non vede.
Voglio spiegarti come fare a non metterti in difficoltà ed essere invece
all'altezza della situazione, provare a darti indicazioni per costruire
una vera relazione tra esseri umani che si scambiano, alla pari,
informazioni, emozioni, esperienze. Voglio tentare di rendere esplicite
le buone regole di un rapporto che non può, per non nascere zoppo,
basarsi sull'idea che uno di noi può solo ricevere». Il libro, allora,
si configura come una «specie di galateo» perché per «incontrare,
parlare, lavorare, educare, vivere con un cieco , e per farlo con buona
soddisfazione reciproca, è necessario sapere cosa significa non vedere,
ma soprattutto è bene comprendere come comportarsi concretamente». Ma
l'occasione è foriera all'autore per strutturare una riflessione più
ampia sul tempo che stiamo attraversando, caratterizzato da uno
strapotere dell'immagine, dentro il quale «i ciechi sono costretti ad
imparare a vivere con quello che gli rimane, senza la vista, il senso
che disegna e riproduce il mondo al servizio dell'uomo». Lo stesso,
spiega l'autore, che oggi è il più bersagliato dalla
spettacolarizzazione della nostra società, come se un senso sensibile
come la vista avesse bisogno solo di emozioni forti, di immagini che
enfatizzano la realtà al punto da renderla virtuale, artificiale e,
sempre più spesso, incomprensibile. La cecità, allora, come occasione di
riflessione: «La dittatura dell'immagine - annota ancora l'autore - si
può combattere anche grazie ai suggerimenti forniti da chi vive nella su
a assenza. I ciechi, dunque, come testimoni della possibilità - e
dell'opportunità - di ripensare il mondo in cui viviamo».
Nelle 120 pagine del libro, Marcantoni va oltre, proponendo quattro
messaggi validi, se letti in filigrana, sia per i ciechi sia per i
vedenti. Il primo è quello di «ripartire dal linguaggio» con lo scopo di
imparare a considerare un cieco semplicemente come tale, senza
inappropriati sensi di pena, ma sforzandosi di considerarlo come una
persona che vive in modo originale quella grande ricchezza che sta
attorno alle immagini; il secondo è quello di «passare per l'ascolto»
con lo scopo di stabilire una relazione con l'Altro; il terzo è quello
di «riconoscere le proprie potenzialità», senza autocensure e senza
inibire le proprie caratteristiche e capacità ancor prima della prova
dei fatti; infine, Marcantoni propone di «accettare la varietà» per
«scoprire le frontiere inesplorate della nostra vita quotidiana».

Quattro messaggi sorprendenti che aiutano a cogliere ciò che - citando
il «Piccolo Principe» di Antoine de Saint-Exupéry - è invisibile agli
occhi». Un approccio alle cose, o per meglio dire un modo di essere,
«necessario per ripartire senza il giogo del limite, sensoriale, fisico
o sociale poco importa, sapendo che successi e insuccessi dipendono dai
meriti o demeriti del giocatore e non dagli svantaggi in un terreno
truccato. Sapendo che l'obiettivo non è costruire un sistema percettivo
e cognitivo incentrato sul limite, ma esattamente l'inverso».

di Alessandro Franceschini

l'Adigetto.it del 28-01-2014

giovedì 18 giugno 2020

Il trailer del film: Il colore dell'erba

Il trailer del film: Il colore dell'erba



IL COLORE DELL'ERBA, un documentario di Juliane Biasi Hendel prodotto da Indyca e Kuraj racconta la storia dello speciale rapporto tra due giovanissime amiche, Giorgia e Giona, mentre camminano verso l’indipendenza. Le due adolescenti non vedono, per loro raggiungere da sole una gelateria in riva al lago diventa la sfida della vita. Hai mai pensato di vedere un film al cinema chiudendo gli occhi? "Il Colore dell'Erba" ha l’ambizione di essere un'esperienza sensoriale: cala i vedenti nel mondo dei non vedenti, un luogo niente affatto buio e oscuro ma ricco di profumi, carezze, rumori a partire dal tenero ticchettio dei bastoni bianchi di Giorgia e Giona. Il film è stato ideato per essere percepito anche da un pubblico di non vedenti e si avvale della collaborazione del sound designer Mirco Mencacci, che creato dei veri e propri paesaggi sonori per il film. La colonna sonora è di Niki La Rosa.

l'inesorabile forza dell'amore può tutto!!!

Ci sono storie che incominciano prima che tu possa imaginare: nascono dal cuore e ti riempiono d'amore. lo stesso che senti nei confront...