sabato 26 febbraio 2022

UNA FREDDA CONFUSIONE...

Sento freddo. Un freddo che non percepisco sulla pelle, ma nelle viscere, nel sangue, sulle vene, sulla superfice della pelle, un po' come se percepissi un brivido sul cuore. Un freddo di cui conosco le parole, i silenzi, le cose da fare o non fare, i dubbi e non dubbi, ma soprattutto ne conosci le sensazioni. Quella sensazione di non essere capito o ascoltato. Quella sensazione di paura, la paura di cambiare le cose. sì, le conosco quelle sensazioni, e ne conosco anche il decorso... Il decorso della malattia, del disturbo: lui arriva e tu cerchi di ignorarlo, ma questa volta ti rendi conto che non puoi evitarlo. Sai che esiste e con Lui ci devi fare i conti che tu voglia o no. E io di voglia non ne ho nemmeno un po'. E anche se so perfettamente che si tratta della mia salute, non sento la voglia, la forza il coraggio di affrontare quest'aspetto della mia vita. Ma a volte la vita ti mette a faccia a faccia con le tue difficoltà, a tu per tu con i tuoi demoni più profondi, impedendoti di evitare quello scontro che da tempo cerchi, in tutte le maniere, di evitare. E quando succede, ti senti logorare dentro, perché sai che, nonostante non ne abbia alcuna voglia, devi confrontarti con te stessa e, con le conseguenze, della malattia, oltre che con le persone che non ti capiscono, che non riescono ad accettare che tu sei fato così come sei. Eppure con la propria salute, col proprio corpo, non si può discutere molto, non si ci può far capire più di tanto, perché lui parla con i valori, con i numeri, con le cifre. Le stesse cifre che per una vita hai cercato di ignorarle, perché ti hanno fin troppo logorato, devi imparare a farci i conti. E io di farci i conti, spesso, difronte a contesti che non capisco, non ne ho assolutamente voglia. Ancora meno, se so che dall'altra parte so che mi valuteranno attraverso quei numeri. Con quelli diranno se sto bene o meno. No, quando mi si calcola, quando mi si misura, non riesco proprio ad accettarlo: mi fa talmente schifo, che tante volte cerco io stessa di tenerli alla larga i numeri. Cerco di lasciarli da parte, di rifiutarli, fin che posso di non usarli. Ma poi, a un certo punto, gli usano gli altri, e quando lo fanno mi pesa. Mi pesa così tanto che mi rifiuto di rispettare qualsiasi regola mi viene imposta per "stare bene". Stare bene in che senso poi? Secondo quale principio? Io non lo so.. non lo capisco. Ma veramente, non è una ribellione. Non è un modo per mettermi contro. nN, semplicemente non capisco e quando non capisco, non ritengo giusto rispetare ciò che mi chiedi o adirittura mi imponi. Ma cosa posso fare? Come posso fare per trovare un compromesso? Per farsì che il mio demone diventi un punto di forza? Io in verità non lo so, almeno non ci sono riuscita in tutti questi anni, quindi non so se c'è la farò anche sta vota. Quello che so e che ci sto provando, e sebbene qualcuno potrebbe dire che non è così, per me è tutto il possibile. Quindi non lo so, non so cosa fare. Quello che proverò è seguire ciò che mi dice la mia dottoressa, il mio medico di base, ma anche questo è un tentativo fra i tanti: fra tutti quelli che ho provato a portare avanti per stare meglio. La verità è che a nessuno basta: in primis al tuo corpo. A lui non basta tutto ciò che fai per combattere, per provare a cambiare le cose. No, per lui è comunque un tentativo fallito. Uno stress che non capisce, quando io per prima non so cosa fare. Non so veramente in che direzione posso andare.

Ma una raccomandazione posso provarla a dare:  Chi si è acquisito la mia fiducia, cerchi di tenersela stretta, perchè una volta persa, non riuscirà più ad averla, sopratutto dinanzi a questioni su cui ho sofferto così tanto. No, una volta tradita, non riuscirete a averla nuovamente. Perciò anche se va tutto di merda, anche se non otterete quello che desiderate, io sono qui. Sono qui per combattere, per provare a fare il mio meglio. Sono qui che provo a NNON MOLLARE nonostante tutto. Vi prego, lo so che potrei fare di più, molto di più, ma voi acettatemi per quello che sono, per quello che faccio, per gli sforzi che porto avanti giorno dopo giorno. E anche se tutto va storto, voi ricordateli quelli sforzi, teneteli in considerazione, perché sarà l'unico modo che avrò per non soccombere dinanzi a tutto questo casino. A non soccombere nonostante la complessità della situazione: una situazione che siccuramente non è rose e fiori, ma perlomeno penso di aver cambiato molte cose. Perciò, anche se vi sembra che tutto sia dificile, grave, complicato, ricordatevi di quei cambiamenti, di quel percorso fatto per stare meglio, per non soffrire troppo dei propri stessi comportamenti. Ricordatevi, che per essere dove sono, per cucinare in autonomia, per non farmi troppo male, ho dovuto combattere con le unghie e i denti. Sì, non dimenticatelo, perché se vi dimenticate di questo, state dimenticando di me, di chi sono e di chi sono stata. Per questo, combatete con me, silenziosamente, senza porre giudizi, senza impormi scelte, senza prendere iniziative al posto mio. Quello che chiedo è di rispettarmi, per quello che sono e per le scelte che intrapprendo. Che vi piacca o no, il dolore mi ha portata a tenere conto di ciò che un servizio, un servizio che contine le stesse lettere di una patologia: CAD( cento antidiabetico), contiene le stesse lettere di una patologia che riguarda lo stesso problema alimentare. Sì, questo mi fa alquanto ridere, perché mi fa capire che, spesso ciò che dovrebbe essere curato attraverso un'equlibrata alimentazione, a volte, viene alimenta dagli stessi DCA. È per me, un servizio che risponde ai bisogni delle persone, in maniera framentata e parziale, non ha ragion d'essere. Perché, un servizio, per quanto si possa occupare di una specifica patologia, deve sempre e comunque tenere conto della persona e della sua complesità umana. Perché, prima che pazienti, prima che medici, che professionisti, siamo persone. È in quanto persone abbiamo bisogno, la necessità di essere tratate in quanto tali. È, mentre questa consapevolezza mi cresce dentro, quel freddo si trasforma. Si trasforma in rabbia. È tu non puoi fare altro che tirarla fuori quella rabbia, per poterla manifestare a chi di dovere. A chi dovrebbe provare a cambiare le cose insieme a te. A chi in un certo senso, dovrebbe accompagnarti verso quel percorso di cambiamento, che da tanto, troppo temo sto cercando di portare avanti. 

   punto di inserimento all'inizio

giovedì 10 febbraio 2022

IL RITORNO DI UNA "BINGER" IN CAMMINO

Amici, compagni di battaglie, lo so che È tempo che non scrivo su questa pagina, ma dovete perdonarmi, sapete anche voi, la vita si sa, sa trascinarti in vortici che non finiscono mai. Ebbene sì, anch'io ci sono finita in questo vortice: un vortice che mi ha preso, che mi ha divorato e non mi ha più lasciato stare. Nulla di negativo, ma sapete com'è la vita, va avanti senza che noi ce ne accorgiamo fino in fondo. poi sapete anche voi, la vita ti stupisce sempre, costringendoti a fare certe scelte, che avresti voluto fare diversamente. a proposito di scelte che avresti voluto fare con i tuoi tempi, e non di coloro che ti stavano accanto, da aprile scorso ho deciso di dare una svolta alla mia vita uscendo di casa.  E da qoando ho preso quella decisione, che non rimpiango per nessuna ragione, mi sembra di correre, di correre una maratona che non ha fine, ma si sa qkella è la maratona della vita: una maratona che ti spinge ogni giorno a confrontarti con te stesso, anche quando non ne avresti voglia; ma la verità e che te stesso per mesi non lo senti più, o comunque ti sembra di non trovarlo. la verità e che lui c'è: è li nascosto con te e combatte ogni giorno perchè tutto possa funzionare, ma poi arriva un tempo in cui ti rendi conto che non deve funzionare per forza, deve funzionare per te. e E, quando lo scopri, non tutti sono in grado di accettarlo. E forse tu ne sei il primo a non volerci fare i conti con la realtà, con ciò che il quotidiano ti offre. In questi mesi è successo di tutto, ma ciò che è chiaro è che non riusciro a parlare, a raccontare ciò che vivevo e vivo. Forse perchè mi sentivo ingessata in me stessa, forse perchè a Volte servono certe batoste per tornare a "usare la scrittura" come arma per sopprarirere. sì, a volte mi è sembrato di non vivere, ma in verità, non ho smesso di combattere nemmeno per un istante: anche quando mi sembrava di non farcela, ho indossato il sorriso e ho continuato a vivere. Vivere non solo per me stessa, ma anche per chi mi sta accanto ogni gorno, dandomi la forza per andare avanti: il mio ragazzo. Questo mi ha cambiato profonamente, perchè mi ha portata ad uscire di casa, per essere più libera, per poter combattere ancora di più i miei demoni interiori. E, infatti, per molto tempo, fino ad ora, sono rikscita a tenere pit a bada i miei incubi alimentari. e, forse, questa è stata la più grande vittoria che ho ottenuto! Kna vittoria che mi ha fatto capire che spesso il vissuto che mi porto dentro e il modo in coi affronto e vivo le cose, fa la differenza. sì, in qoesti mesi s successo di totto: ho imparato a cucinare, a fare del mio nemico, il mio migliore amico. Cominciare, affacendarmi in cucina, è diventa un altro modo per non pensare troppo, e per non farmi pesare ciò che vilo. Questo mi hatto pensare quanto, a volte, le nostre paure più grandi possano direntare risorse per poterle affrontare al meglio. Naturamente, ciò non significa che ho skperato totalmente il mio problema: ancora oggi ho dei momenti in cUi mangio continuamente determinati cibi in quantità maggiore di qoanto vorrei. A volte, mi capita che se ho in casa dei alimenti che mi sparentano o delo mangiari in fretta, oppkre devo darli al mio ragaozo, perchè averli in dispensa mi mettono ansia. QUesto Vi  fa capire che il rapporto col cibo e col corpo, sickramente è cambiato molto, ma naturalmente non ho ancora superato totalmente. ma forse sono arrivata al punto che posso dare qualche consiglio ai genitori su come affrontare il Binge con i propri figli. Naturalmente questI consigli sono basati solo sulla mia esperienza personale, ma magari può aiutare anche altri a non soffrir. 

 i consigli di una "binger" in cammino:
. Insitere non funziona con tutti: se a una persona che è consapevole dei suoi limiti le ribadisci che deve o non deve fare determinate cose, potresti ottenere l'effetto contrario.  Quindi se puoi, cerca di starle accanto, di capirla ma non insistere su qkestioni che avete gir affrontato. forse ascoltandola avrai più possibilità di poter dialogare con maggiore serenità. il tempo vi permeterà di affrontare anche temi spinosi come quelli legati al disturbo alimentare;
. Togliere/impedire qualcosa non aiuta nessuno dei dke: ne te che cerchi di aiutare, ne la persona che, più si sente limitata, più tende a cercare "ciò che le fa male" per farsi ancora più male cmn quegli stessi alimenti. Questo ti fa capire quanto si possa "alimentare" una malattia soltando limitando/impedendo di mangiare/o non magiare qualcosa.
. Parlare del cibo: porre attenzione sul problema, alimenterà  lo stesso problema. si consiglia qoindi di non porre l'attenzione al cibo e al corpo, ma piottosto  affrontare altri argomenti connessi alla relazione. Per resempio guadandosi negli occhi, provando a dialogare, forse c'è qualche spiraglio in più di capire la persona che si ha difronte.
. Giudicare la persona sulla base del suo comportamento alimentare: bisogna imparare che la persona non va giudicata. e, qoando volete dirle che qualcosa non va, non dovete mai associarla a un sko comportamento, altrimenti la persona impara a capire che un determinato gikdioio, non è solo  rivolto a uno specifico comportamento, bensì al suo modo di essere. Bisogna dunque fare attenzione a ribadire che tale critica è  un azione e che in quanto tale la si critica per quella che realmente è, senza perciò dare un giudizio sulla persona. In definitiva, è fondamentale distingkere che ciò che si fa, non va per foroa a bracetto con quello che si è. Anche perchè quello che siamo, è un infinitq di cose che ci rendono unici, spcciali, rari. per qoesta ragione è importante, anzi fondamentale rispetare la persona per quella che è reramente, con i sooi pregi e i sooi difetti. in definitiva per quello chesi porta dentro e per cui ha combatutto giorno dopo giorno, perchè infondo quel che conta e quello che si porta ner CUORE. 

DENUNCIA A UN MEDICO CHE HA CONDIZIONATO LA VITA DI UN SUO PAZIENTE

Se ti dicessi che ho smesso di fidarmi: di fidarmi della scienza, dei medici, della medicina e di tutto il resto. tu come la prenderesti. la rerità e che non lo so. forse se fossien medico ci resteresti male, forse  ti rergeneresti, o ferse mi daresti ragiene. non lo so, quel che se ö ch negli ultimi tempi ho smesso di fidarmi di molta gente, persino delle persone professionalmente più autorevoli, quelle che hanno studiato per anni malattie così uniche e rare. sì non mi FIDO PIÙ: non mi fido più di chi vorrebbe curarmi ma mi contattasolo quando ho l'appuntamento, non mi FIDO più, di chi fa finta di interessarsi, ma poifa solo il sâo lavoro. non mi fido più di chi ti dice che c'è solo in determinati orari e non in altri, che non ti da un contatto alternativo per starti ricino, che in definitira non è "a disposinione" per i miei problemi. perchè la verità e che non mi fido più delle liste d_attesa, che sempre di più si allongano. no: non posso più fidarmi, perchè io sono sempre messo all'angolo. all'angolo perchè il mio problema  nmn t gpareperchè, a dire loro, sono NORMO PESO. No, non accetto più di essere tattata  sulla base di cifre, numeri, valori e non per il dolore che mi porto dentro. No, questo non lo accetto. e quindi me ne vado, mi nascondo, mi rifogio nel mio dolore fin che posso resitere, ma poi arriva lora anche per me di dire BASTA. Basta aspettare, basta stare in silenzio, basta combattere contro il too stesso corpo. perchè anche per me il tempo non è infinito. per questo voi resposabili di qoesto scelerato dolore, ascoltatemi, e prendetemi in braccio, perchè io in braccionon riesco più a prendermi. Sono stufa di chi mi dice che devo fare qkesto o questaltro, ma poi non riesce a starmi accanto. sono stkâfa didoler soffrire, per un dolore che mi dilora dentro ogni giorno.  ascoltatelo quel quere h:zeh] ro[e[e, rereh] ha un modo di parole da dirri, prima che però sia troppo tardi, perchè potreste pentiri, di non arelo fatto.

Queste richesono un accusa molto forte verso un mondo di personale sanitario, che non è stato capace e non lo è ancora, di COGLIERE e ACCOGLIERE di chi soffre amali che definire atroci è limitato. mali come questi segnano dentro ogni giorno e lasciano cicatrici che rimarginare richiede un infinitq di tempo che nessuno intende immaginare. Inoltre con le rige scritte sopranzi, si indende ricordae che non si IGNORA, ib dolehe di chi si ha difrodje, iefajâtte da farte di chi dovrebbe aiâtarci

mercoledì 22 settembre 2021

Ascoltatelo quel dolore, perché a volte può essere troppo tardi!

Posso farvi una domanda sincera? Voi come fate a credere ancora nei medici? Come fate a credere ancora in tanta di quella gente, che per anni, a continuato ad insistere che tu cambiassi, che tu seguissi suoi consigli, quando dentro non te la sentivi? Come hai fatto a accettare di essere valutato per dei numeri? Come hai fatto a non sentirti un peso? A non sentirti un numero? Come hai fatto a combattere contro tutta quella gente che non credeva che tu avevi un problema: aveva sì un problema con il cibo e col corpo? Come hai fatto a combattere contro la gente che ti  diceva che avevi un falso problema? Come hai fatto ad andare oltre tutto questa merda? Come hai fatto a non soffrire? A non farti schiacciare da tutto quello che ti dicevano di fare o non fare? Come hai fatto a non sentirti giudicato per quello che sei ed eri: quando è se seguivi le loro indicazioni andavi bene, se invece non lo facevi ti sentivi sbagliato? Come avete fatto voi a non farmi così tanto male? Come avete fatto a credere ancora in tanta di quella gente? Come avete fatto a non perdere la fiducia, la speranza? Io non ce l’ho fatta: non ce la faccio più a crederci! Non ci credo più. Non credo più in certe persone, in certi farmaci, in certi terapie… io non riesco più a vivere… A vivere secondo delle richieste che non sento mio. Secondo qualcosa che non sento mi appartenga. Lo so, sembra folle tutto questo, ma credetemi a volte sono stata così tanto male che ho cercato di fare tutto da sola. Provare una diagnosi, cercare di comprendere se è quello giusto, e provare a risolvere quello che potevo. Per anni ho combattuto contro tutto questo, eppure  mi sentivo comunque lasciata da sola. Se non fosse stato per il mio ragazzo, se non fosse stato per i miei genitori, se non fosse stato per me stessa… non so se sarai ancora qui. Per favore operatori di servizi: credete nelle parole dei vostri pazienti, dei vostri clienti, delle persone che vi arrivano e vi portano dei problemi. Prendeteci davvero sul serio, perché a volte prima che  si riesce a comunicare il proprio dolore, ne passa di acqua sotto i ponti.  Ne posso davvero tanta, che a volte può essere troppo tardi per riuscire a farcela, per riuscire a salvarsi, A salvarsi dalle catene del dolore.a salvarsi dalla sofferenza che si ci porta dentro.ascoltatelo, consideratelo, prendetelo in carico quella sofferenza, quel dolore, quel disagio che per anni le persone si sono portate dietro.guardatelo in faccia, invece che fingere. Invece che lasciar perdere.perché a volte può essere davvero, e lo sottolineo ancora una volta a gran voce, troppo, troppo, troppo tardi. 

giovedì 5 agosto 2021

la vita scorre…

Sono qua seduta, e l’acqua scorre. scorre come la vita in fondo. scorre e tu non la vedi, non la capisci. La vedi andare… La vedi continuare. A volte non capisci perché faccia certi scherzi… A volte nemmeno sai tu cosa vuoi… Sì, la vita è un po’ come l’acqua, come il mare che ti batte a destra e a manca. A volte hai paura, a volte non sai nemmeno tu cosa vuoi… A volte sei sono triste… Ma magari nemmeno triste…, Stanco, stanco di aspettare… stanco di non sapere dove vuoi andare. Sì, sei stanco di continuare a combattere e continuare a navigare. A volte vorresti solo essere capito, a volte vorresti spiegarti senza dover usare parole. Quelle parole vorresti ignorarle, per poter andare “oltre”: oltre la loro barriera, quella del linguaggio. A volte vorresti solo lasciale stare… Comunicare come tu sai fare. Comunicare col silenzio:  quel silenzio che solo tu conosci perfettamente, perchè ti appartiene e sai come comprenderlo. Tante volte sei stanco di doverti spiegare, di dover spiegare. Tutto per farti capire, per farti comprendere. A volte, avresti solo bisogni di sentirti capito, ascoltato, senza dover usare le parole. Senza dover specificare tutto. Sì a volte mi piacerebbe che da uno sguardo, che da una parola, mi si potesse capire, ascoltare. E non ascoltare solo per ciò che dico, ma anche per ciò che sento, per ciò che vivo. 

siamo prima di tutto persone…

Io non sono la mia disabilita. Io non sono solo i miei limiti. Io non sono solo ciò che mette in difficoltà. Io sono anche risorsa.sono anche un’infinità di potenzialità.sono tutte niente.ma come tutti ho passioni, sogni, desideri.e come tutti, ho anch’io un carattere forte, un carattere non facile da capire.sì,… Non sono la malattia.non sono solo il DCA. Io sono prima di tutto una persona. E in quanto tale, ho i miei pregiudizi, i miei schemi, il mio carattere in fin dei conti punti e quello che è giusto, rispettarlo… Rispettarmi. Rispettare che sia prima di tutto persone. E poi persone con disabilità, persone con una malattia. Sì, siamo persone come tutti gli altri.siamo persone e questa è la cosa più importante.non dimenticatevelo mai.anche quando penserete alle difficoltà.alle vostre fatiche. Ricordatevi di valere in quanto tali.ricordatevi di avere risorse.ricordatevi che siete importanti.di tutto per voi e per tutte le persone che mi stanno accanto. Ricordatevelo sempre anche quando la vita vi rende le cose molto complicate.

io non sono la mia malattia…


Questo, è un pezzo scritto da Francesca Savo rally, una persona che ha sofferto, e ancora oggi vive attraverso la sua professione questo mondo: quello dei disturbi del comportamento alimentare.questa è una sintesi molto chiara, una sintesi che riassume quello che spesso si vive… Quello che spesso familiari e persone si trovano ad affrontare giorno dopo giorno… Finendo per morire, proprio aspettando… perciò, quando vedete che le persone chiedono aiuto… Accoglietelo.accoglietelo perché a volte potrebbe essere troppo tardi… Quando vuoi vieni accorgerete.

”Io non sono la mia malattia.
Non lo sono, ma non so più cosa sono.
Non ho scelto di ammalarmi, non mi sono svegliata una mattina con la convinzione che sarei diventata una modella: in me ho visto orrore, dolore, schifo, paura, voglia di sparire. 
All'inizio volevo solo provare a piacermi, poi tutto è franato e sono stata inghiottita dall'ossessione, che mi urlava nelle orecchie che non ero mai abbastanza brava, bella, intelligente.
Non ero niente
Ero solo un desiderio costante di cibo o negazione dello stesso.
Ora ho guardato dentro di me e sento che non posso più andare avanti così, sento che potrei crollare e ho paura.
Se tendo una mano, se chiedo aiuto, ascoltami ti prego, perché potrei non avere più la forza di riuscire a domandarlo. Se sei mia madre o mio padre, o una persona a me molto vicina, chiedi aiuto anche tu, per non cadere nel gioco perverso della malattia. 
Se sei un medico non banalizzare il mio problema. 
Se sei uno psicologo informati e aggiornati sui disordini alimentari.
Perché chiedere aiuto mi è costata fatica, e ora ho il diritto di affidarmi e di fidarmi”.

 #anoressia  #bulimia  #dca  #binge  #obesitá  #dolore  #ossessione  #disordialimentari

domenica 1 agosto 2021

L'ARRAMPICATA COME sport per promuovere IL PROTAGONISMO E PERMETTERE l'Inclusione sociale

L’ARRAMPICATA SPORTIVA: LO SPORT COME FORMA DI RISCATTO

 

MI PRESENTO

Buon pomeriggio a tutti,

Sono Xheka (Giona) Haxhiraj,

una ragazza di quasi 25 anni (gli compio il 02 agosto)originaria dell’Albania, anche se vivo in Italia da più di vent’anni. Attualmente risiedo in trentino, luogo in cui sono stata accolta al mio arrivo in Italia, dove sono cresciuta costruendo legami, distruggendone altri, incontrandone di nuovi, lasciandomi il segno nel profondo del cuore. In un certo senso non mi sento sufficientemente albanese, come non mi sento sufficentemente italiana, ma mi sento appartenere a un territorio, a una comunità, o forse più comunità che mi hanno accolta, accompagnandomi, guidandomi lungo il corso della vita. 

per tanto tempo ho vissuto con i mii genitori a Riva del Garda, una splendida cittadina situata sul lago di Garda. Da pochi mesiperò, risiedo a Rovereto, che si tra sempre in provincia di Trento, insieme al mio ragazzo, anch’egli non vedente.Abbiamo scelto questa città per ragioni di accessibilità: Rovereto risulta essere un po’ più fruibile rispetto a riva per chi non ci vede e non ci sente: ma soprattutto per chi vuole condurre una vita il più possibile autonoma e indipendente. 

Sono portatrice di una sindrome rara: la sindrome di Alstrom. Una patologia che comporta la perdita di vista e udito, nonché una serie di complicazioni organiche che variano a seconda delle caratteristiche di ogni individuo. Per questa ragione dal 2009 sono portatrice di impianto cocleare bilaterale: il primo, operato nel 2009 a sinistra e il secondo, nel 2010, a destra.

Il percorso è stato molto lungo e doloroso, ma col segno di poi, possiamo affermare con certezza che è stata la scelta più azzardata che si potesse intraprendere. Perciò possiamo confermare che, sebbene il decorso riabilitativo, è lungo e tortuoso, gli esiti che questo percorso ha portato sono stati più che soddisfacenti. Questa è la prova che con costanza e determinazione gli sforzi vengono ripagati.  

Sono utente della Lega del Filo d’Oro dal 2008 e faccio parte della Sede Territoriale di Padova dalla sua apertura (avvenuta nell’autunno del 2015). In questo modo, ho avuto e ho, la possibilità di partecipare a diverse attività proposte dalla fondazione: sia di carattere territoriale (come, per esempio,giornate di socializzazione sul territorio, incontri con volontari, etc.…) che nazionale (come la partecipazione alle Conferenze Nazionali delle persone Sordocieche, incontri tematici su temi legati al mondo della sordocecità, soggiorni estivi nazionali, etc.…). Fra le varie attività in cui sono coinvolta vi è quella legata alla sensibilizzazione: non a caso svolgo un’ampia e proficua collaborazione con il settore “Comunicazione e raccolta fondi” della Lega del filo d’oro. Come dicevo questa collaborazione ha come obiettivo principale quello di raccontare una storia: la mia, quello di una persona sordocieca, che possiede non solo limiti, ma anche risorse e potenzialità. In altri termini, quello che si cerca di ribadire è che tutti, nessuno escluso, abbiamo delle risorse: che spesso devono essere scoperte, potenziate e valorizzate. In sintesi: dare valore alla propria vita, è in fin dei conti, dare valore a quello che si è, a quello che siamo e, in definitiva, a ciò che ci portiamo dentro.  

Infine, ma non per importanza, dal gennaio 2018, partecipo in qualità di Membro, ai lavori istituzionali del ComitatoNazionale delle Persone Sordocieche. Quest’organo è composto da un gruppo di persone sordocieche, che si riunisce per individuare e, di conseguenza raccogliere, quelli che sono bisogni, esigenze delle persone sordocieche. Inoltre, il Comitato si occupa in quanto organo propositivo, di avanzare proposte per il miglioramento dei servizi presenti al suo interno.  

Sono studentessa presso il Corso di Laurea in Servizio Sociale dell’Università degli Studi di Trento. Questo corso di studi permette di formarsi per operare nell’ambito dei servizi sociali e l’ho scelto perché mi è sempre piaciuto lavorare insieme alle persone; ma un’altra ragione, più profonda, che ho acquisito durante la formazione, è legata a una mia personale lettura del funzionamento dei servizi. Mi spiego meglio: da sempre rilevo una carenza da parte di servizi socioassistenziali e sanitari, di coinvolgere in maniera attiva e propositiva nei progettisocioeducativi/riabilitativi. Con questo non voglio dire che tutto non funzioni, anzi, ci sono realtà che sono all’avanguardia da questo punto di vista. Mi riferisco piuttosto, a realtà in cui questo si fa fatica ad attuare. Ebbene sì, il mio più grande desiderio, come disi in un recente video è che “si ponesseattenzione per tutti”, indipendentemente dal contesto in cui si opera. Ma ancora di più, quello che sogno, è di incontrare una realtà che sappia mettere al centro la persona, e in particolare, la sua esperienza, lo scopo, l’obiettivo, ma forse la sfida è che il sapere di entrambi (professionista e persona coinvolta) sappiano metterli in sinergia fra di loro.

Per quanto riguarda le passioni, ne ho tante e variegate: mi piace leggere un po’ di tutto, l’importante che le storie siano realistiche e che segnino nel profondo; mi piace scrivere un po’ di tutto: poesie, pensieri, riflessioni, tutto ciò che mi salta per la testa devo cercare di metterlo nero su bianco e mi piace ascoltare musica: anche in questo caso ascolto un po’ di tutto, anche in base a ciò che sento al momento. Un’altra grande passione che mi porto appresso fin da bambina è lo sport: ho seguito un po’ di tutto, dal calcio, al nuoto, all’atletica leggera. Non importava che cosa fosse, quel che importava era seguirlo e fare il tifo per un giocatore, piuttosto che per un altro. Con passare degli anni, vivendo in trentino, ho incominciato ad appassionarmi alla montagna, in particolare agli sport che questa poteva offrire,. Ed è stato proprio in quell’occasione che ho scoperto l’arrampicata sportiva: è stato amore a prima vista. Come l’ho provata ho capito che quello sarebbe stato pane per i miei denti, perché rispecchiava ciò che sentivo e che mi portavo dentro.  

 

IL MIO PRIMO APPROCCIO CON LO SPORT

Sono qui per raccontarvi come è iniziato il mio rapporto con lo sport. Prima di incominciare, mi preme fare una doverosa premessa: 

per me non è facile parlare di quest’argomento, perché vi associo non solo momenti felici e spensierati, ma anche situazioni che suscitano emozioni contrastanti fra di loro, nonché difficili da comprendere fin in fondo. Sì, lo sport come il cibo, per molto tempo, è stato il mio modo di sfogarmi, il mio rifugio in cui esprimere ciò che sentivo (e sento) senza dover utilizzare le parole per dare spiegazioni alle persone che mi stano vicino. Spesso, quest’ultime, diventavano i miei muri, le mie fortezze in cui rifugiarmi, in cui nascondersi quando le cose diventavano difficili, molto complicate. In un certo senso, muovermi, fare sport, era ed il mio MODO, la mia STRATEGIA per sopravvivere anche quando tutto si faceva complicato: lì riuscivo a lasciar andare tutto ciò che mi faceva stare male.

Detto ciò, il mio percorso con lo sport è incominciato molto presto: avrò avuto all’incirca 6 o 7 anni quando una mia insegnante di sostegno suggerì alla mia famiglia di farmi fare dello sport. La ragione di questi consigli si verificava per via delle mie condizioni fisiche. Non a caso, fin da quando ne ho ricordo, sono stata una bambina robusta, amante del buon cibo e delle coccole che spesso si ricevono attraverso il cibo. Sì, infondo quello era il mio modo per attirare l’attenzione, o comunque per comunicare col mondo circostante. Una strategia che ho portato avanti per molti anni e, che ancora oggi, in molte occasioni utilizzo quando non riesco a comunicare con gli altri, o quando non riesco a trovare una modalità per esprimere ciò che sento. Per tutte queste ragioni, e non solo, che mi consigliarono di praticare dello sport, ma non è stato per niente facile trovarne uno che mi facesse stare bene: mi ci è voluto tanto, troppo tempo e pazienza per riuscire a trovare una dimensione che potessi sentire mia e, che in qualche modo, potesse rappresentare ciò che ero e che mi portavo dentro. In qualche modo, cercavo uno sport che rispecchiasse la mia essenza, il mio animo. Per trovare ciò che facesse al caso mio ho dovuto faticare molto, frequentando sport di ogni genere: sono passata dalla danza classica, al Judo, al nuoto. Ciascuno di questi mi piaceva, ma dopo un po’ di tempo incominciavano ad annoiarmi così tanto da abbandonarli nel giro di qualche anno. Un bel giorno, ebbi la fortuna di incontrare qualcosa che miavrebbe potuto regalare qualcosa di nuovo, di unico: si trattava dell’arrampicata sportiva. Sport in cui vi trovai ciò di cui avevo bisogno. Sì, quello era ed è lo sport che mi rappresenta per il carattere tenace e testardo che da sempre mi caratterizza.  

 

COME’ E’ COMINCIATA? 

Sono sempre stata una grande sognatrice, ma gran parte dei progetti che ho incominciato, sono nati per caso. Ed è andata così anche in questo caso: avrò avuto sì e no 13 o 14 anni e una mia educatrice domiciliare dell’epoca mi parlò di una giovanecoppia che aveva conosciuto tramite il suo ragazzo. Mi raccontava che loro frequentavano un gruppo della S.A.T.(Società Alpina tridentina) di Arco. Questo gruppo si chiamava “Oltre le Vette” e aveva come obiettivo quello di accompagnare persone con disabilità visiva e altre difficoltà in montagna.Questo gruppo ogni estate, proponeva dei corsi di avvicinamento all’arrampicata che ho frequentato anch’io per molti anni. Decisi così di parteciparvi in occasione dell’inaugurazione di una palestra la roccia: la SambàPolis. Quella sera ebbi la possibilità di provare a scalare e rimasi piacevolmente sorpresa della serenità con cui riuscivo a viverlo: mi aggrappavo alle prese come se le conoscessi da una vita e mi appendevo alla corda come se avessi già affrontato la paura. Sì, compresi subito che io e le corde avremmo ben presto fatto amicizia. Non sapevo come avrei fatto, ma io sapevo con convinzione che avrei continuato a scalare. E quante vie abbiamo superato da quel giorno: tante, tantissime. Abbiamo affrontato di tutto, compreso il cambio di più di una guida alpina. Questo perché queste persone svolgono una vita per cui non riescono a seguire i loro clienti in maniera costante, cosa di cui sentivo la necessità fin dall’inizio. Per questo ho dovuto pazientare un bel po’, prima di individuare una persona che potesse guidarmi in parete. Negli anni in cui non avevo nessuno, scalavo solo d’estate, solo col gruppo, ma mi bastavano per percepire il desiderio di voler continuare anche al di fuori del corso. Ma finalmente, nel 2018 ho conosciuto un ragazzo, che mi ha insegnato i rudimenti di questo sport. Purtroppo, ho dovuto sostituirlo con un altro, perché lui non era disponibile, ma chi l’ha susseguito mi ha accompagnato per un anno e mezzo. Con mio rammarico, in questo momento sono ferma, perché le guide che conosco sono impegnate e non riescono a seguirmi con costanza. Speriamo che in un futuro le cose possano andare meglio.

 

PERCHE’ L’ARRAMPICATA?

Diverse sono le ragioni per cui sono fortemente legata a questo sport, ma la motivazione principale è che arrampicare mi aiuta ad analizzarmi maggiormente, tenendo conto non solo dei miei limiti, ma anche delle mie risorse e potenzialità.

L’arrampicata è dunque un'attività che mi ricarica, rendendomi viva, offrendomi anche occasioni di svago, in cui la negatività rimane sullo sfondo, per far spazio alla positività, alla forza e alla determinazione. Caratteristiche che mi rappresentano anche nei momenti più bui. Ed è proprio la sensazione di libertà e di autonomia che mi dà la possibilità di affrontare anche quei momenti, quelli più difficili. Mi auguro dunque che quest'attività possa continuare a influenzare positivamente la mia vita regalandomi squarci di gioia e serenità. Ingredienti fondamentali per affrontare i momenti più difficili.

D’altronde lo sport negli anni mi ha aiutata molto sul fronte psicologico. Per me scalare era diventato terapeutico, nel senso letterale del termine: quando arrivavo mi ritagliavo uno spazio per me, che mi permetteva di vivere uno spazio tutto mio. Uno spazio in cui non pensare a nulla, se non a scalare. Uno spazio che non è solo fisico, ma anche interiore, perché ti permette di confrontarti con le tue paure, con le tue fragilità senza alcuna possibilità di poterle evitare. No, quando scali, non puoi evitare te stesso i tuoi limiti, le tue paure, le tue ansie, emergono tutte insieme. E tu non puoi evitarle: no, loro sono lì che con te si vogliono e si devono confrontare. Non col tuo compagno di cordata, no. Solo ed esclusivamente con te, per cui non hai scampo, devi lottare, combattere e affrontare ciò che sono le tue stesse fragilità, le tue stesse paure.

Da quando ho incominciato questo sport, sono sempre più convinta di quanto l’arrampicata abbia un effetto terapeutico, non è infatti un caso, che si incominci a parlare di “Climbing Therapy” (Arrampicata Terapia). Talmente terapeutico, da essere considerata una disciplina “democratica”, in cui limiti, obiettivi, successi e fallimenti sono diversi da persona a persona e, in quanto tali, vengono affrontati diversamente.

Arrampicare permette di esperire, in modo intenso, completo e in pochi metri di scalata, la sintesi del lungo processo psicoterapeutico.

Un processo suddiviso in una serie di obiettivi intermedi che portano al raggiungimento di obiettivi finali, come ad esempio il raggiungimento di una capacità autoregolativa, la trasformazione di dinamiche di dipendenza in dinamiche di interdipendenza, l'individuazione, il dover affrontare varie difficoltà per esprimere ciò che la persona è. Un processo costellato da imprevisti, difficoltà, regressioni, resistenze e relazione. L’arrampicata è tutto questo tradotto in esperienza corporea, emotiva e relazionale. Il procedere con le proprie forze contattando la paura, il vuoto, i propri limiti, il raggiungere lo spit che dà sicurezza per continuare gradualmente verso l’obiettivo successivo al fine di arrivare in catena, al top e liberare la via, è “l’esperienzalizzazione” del procedere del percorso terapeutico. E! tutto questo non avviene nella solitudine, ma insieme all'altro. Un altro da cui non si dipende, ma che sostiene nella salita e che fa sì che l’eventuale caduta non sia rovinosa e che aiuta a 

ripartire. Così si arrampica imparando ad ascoltare il corpo, i limiti, le emozioni, cercando soluzioni alle difficoltà della via, fronteggiando le paure, dosando le forze, integrando il corpo, la mente e l’emotività. Si riesce in questo modo ad autoregolarsi, facendo sì che lo stare, l'essere non dipenda dall'esterno, da un sintomo, ma da sé stessi. In questo modo si libera la via, divenendo sempre più autonomi e indipendenti. Ognuno stabilisce un proprio, personale obiettivo e, ognuno, impara che per raggiungerlo, non sempre la strada più scontata, è quella migliore. Man mano che si sale, si capisce qual è il miglior percorso da fare per raggiungere la meta che ci si è prefissati. L’arrampicata terapeutica è un’esperienza che ti fa, tra l’altro, scoprire che i limiti posti dall’esterno, possono essere affrontati e superati. Questo trasmette un senso di maggiore sicurezza, rispetto a quello che davvero sei in grado di fare. Ogni volta puoi porti un nuovo obiettivo. La sensazione di soddisfazione, che provi, si ripercuote nel quotidiano.

È un modo per scoprire le potenzialità che ciascuno possiede. Quando torni a terra tutto sembra molto più semplice. Ti rendi conto che puoi fare cose che nemmeno ti immaginavi.

L’arrampicata aiuta ad affrontare la vita perché, come nella vita, anche nell’arrampicata ti poni degli obiettivi, che puoi raggiungere: impari ad accettare la sconfitta. Impari ad essere onesto con te stesso, confrontandoti sempre di più con quello che ti porti nel più profondo.

 

Vi ringrazio per la pazienza nell’avermi ascoltata e sono a disposizione per ogni eventuale domande, dubbio, chiarimento…

 

 

 

 

 


lunedì 26 luglio 2021

venerdì 23 luglio 2021

la forza di rispettare il proprio dolore

Fa caldo. Fa un caldo atroce… Ma dentro fa freddo freddo che senti col cuore. Un freddo che solo tu conosci.a volte si è stanchi di combattere. Stanchi di sentirsi soli… Anche quando accanto hai tante persone che ti vogliono bene… sì, si è stanchi di combattere, di dover tirare fuori il coraggio per non arrendersi.il coraggio per non crollare.sì, mentre pensi a tutto questo, ti ricordi che ce n’è voluto tanto di coraggio, per affrontare la propria solitudine, le proprie paure. Ma ancora di più, quello che fa male, è il silenzio che queste malattie ti inducono. Un silenzio che porta dentro tante parole.un silenzio che solo tu conosci fino in fondo.un silenzio, che a poco a poco, distrugge dentro.distrugge te e chi ti sta accanto.sì, quanto dolore, quanta fatica, quante risposte non ricevute… E poi, anche chi ti è stato accanto, vicino, combattendo con te… Tante volte non è riuscito a capirti…No, non puoi farti capire no, comunicare in questi casi, è un po’ come continuare a combattere contro qualcosa che non potrà mai cambiare… La verità è che ci vuole coraggio, forza, determinazione per cambiare le cose… Io a volte non ci si riesce…Non se ci riesci a trovarla con la forza, non si ci riesce a prendere in mano la propria vita per poterla salvare.no, a volte hai bisogno di arrenderti.hai bisogno di lasciare tutto alle spalle, per poterti ascoltare. Ascoltare ciò che vuoi davvero, ciò che ti senti…E quanto è faticoso a volte, fai capire a chi ti sta accanto, che hai bisogno di fare ciò che senti… Anche se, fare ciò che si ci sente, non sempre è una cosa giusta. Ma in fondo, chi può permettersi, di dirmi cosa è giusto sbagliato? Chi, può permettersi, di scegliere per me, per quello che sento io.mi sono. Solo io.solo e soltanto io posso farlo.perciò, quando faccio una scelta che non si comprende, ma non giudicate.cercate di capire. E se non capite, statemi accanto in silenzio. Con lo stesso silenzio con cui, giorno dopo giorno, continua a combattere, continua a vivere.a vivere, secondo quello, che mi sento, secondo quello che mi dice il cuore. E, chi lo può comandare col cuore? Nessuno. Nemmeno io infondo lo posso fare.

mercoledì 21 luglio 2021

HO SENTITO DOLORE…

Ho sentito dolore: dolore forte. Ho avuto il lusso di sentire, di percepire qualcosa che ho avuto paura mi avrebbe potuto spezzare. Come un crash di una GPU, come un temporale profondo dentro di me che si scatena piano piano, in maniera ordinata spargendo invisibile confusione. Un temporale che si scatena in un attimo che assomiglia ad un unico istante, un unica stilettata di consapevolezza, Nel silenzio della notte mentre si fa mattina, piano piano senza fretta eppure con tutta la fretta del mondo, agile come un gatto e pesante come il dolore ... all'improvviso un

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poi il dolore. Qualcosa che sembra quasi una lacrima impercettibile, ma ancora prima qualcosa che assomiglia alla paura. Paura di non farcela, una transiente mancanza di fiducia in se stessi, lunga un attimo sufficiente a lasciarmi sbattere per cambiare forma.

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qualcosa che si rompe in una collisione, un colpo secco che non ammette alcuna replica, ma solo fare i conti con me stesso. Mi hanno preso qualcosa che sentivo mio. Qualcosa che non era importante eppure mi ha fatto male: e ora so perchè.

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E la pioggia dentro di me, il cielo nero di una notte che aveva bisogno di scatenarsi per poter finire. Forse avrei trattato male chi mi stava vicino, forse mi sarei chiuso in un silenzio che nemmeno io avrei saputo spiegarmi. E invece pioggia, mentre precipito finalmente dentro di me quanto basta per capire cosa sia successo, per diagnosticare i danni, gli effetti del colpo. Odio che si scioglie nel tuono per diventare quasi lacrime che ora minacciano di uscire dagli occhi. Cade nei campi dei ricordi che percorrerò con Loretta per sciogliersi così un giorno si trasformerà in consapevolezza. E grido in silenzio. Non posso gridare ma Max Gazzè grida per me. Dolore che mi spacca. Un grido che non lascia spazio ma solamente dolore. Tanto che fatico a stare seduto sulla sedia. E' sofferenza liquida che non passa per lo stomaco. E' la mente che balza qua e là pensando alle cose più sconce per cercare di salvarsi ma senza potercela fare perchè incatenata. E poi all'improvviso va con Max. E allora comincio a cantare dentro di me.

"Non ti leggo più

storie di fate

impegnate a buttar giù zucchero in mare.

Fatti spiegare da un astronauta la matematica dei rami!

Dei rami..."

E adesso potrò guardare anch'io di nuovo il cosmo nella tazza della colazione.

Enrico M.

l'inesorabile forza dell'amore può tutto!!!

Ci sono storie che incominciano prima che tu possa imaginare: nascono dal cuore e ti riempiono d'amore. lo stesso che senti nei confront...